Il popolo del web: esiste?

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(Dal mio post del 1 marzo su http://www.lolingtonpost.it)

Quante volte abbiamo sentito queste parole? Alla radio, alla tv e sui giornali si parla spesso e a sproposito di  “Popolo del web” . Senza sapere esattamente di cosa tratta, da chi è composto, cosa fa, cosa mangia ma soprattutto cosa vuole.

Mi prendo l’onore e l’onere di tesserne le lodi.

Dunque, partiamo dal principio:  ci sta questo internet, una rete di computer collegati tra loro,  inventato dopo gli anni ’60 per scopi governativi negli USA e divenuto di pubblico dominio solo trent’anni dopo.  Fonti ben informate accreditano la paternità della scoperta a Beppe Grillo: fu il primo sito web fornito di negozio per vendita di dvd – contenenti verità assolute – e il libro “Noi siamo il bene, noi conosciamo la verità”. Da allora internet si è sparso a macchia d’olio in tutto il mondo,  con qualche eccezione per  il Ghana, le isole Samoa e l’Italia, dove la connessione al web è sotto la media rispetto al resto d’Europa; gli utenti vengono chiamati internauti e si connettono per informarsi, acquistare online, leggere, scrivere, inviare e-mail ma soprattutto condividere foto di gattini e bambini malati di leucemia su Facebook con la terribile scritta “Se non condividi sei una brutta persona e domani troverai tua moglie a letto col bambolo gonfiabile”.  Annoiati dalla condivisione di annunci strazianti sono poi  passati a quelli divertenti, vignette, battute e infine sono approdati su Twitter.

L’inizio della fine.

La crescente partecipazione al dibattito politico, criminologo, scientifico, culinario, astrofisico che ogni giorno si interseca e prolifica in migliaia di tweet e menzioni hanno creato una sorta di voce del web; un parere collettivo che viene copia-incollato sui maggiori quotidiani nazionali del paese e soprannominato “Popolo del web”.  Autorevole a primo impatto, una sorta di democrazia e libertà di pensiero che nessuno può arginare e recintare, la vera volontà del popolo.  Siamo noi il potere, gli artefici del nostro destino, facciamo la rivoluzione! Sì! Subito! Dai! Dimenticavo: per schiodare l’indignato dal divano rompere qui —-> la vetrinetta col piede di porco.

La parola d’ordine è wireless, preferibilmente a scrocco o in un inflazionatissimo starbucks all’estero; per poter twittare di stare all’estero e in uno starbucks appunto, con foto d’ordinanza del mocha frappuccino.  Si caricano foto su instagram che senza instagram non avresti fatto (e chi immaginava di dedicare un primo piano al pain au chocolat con cui fai colazione) si condividono pensieri, punti di vista, critiche… E se sei un bifolco anche insulti. Che farci? Niente biasimo, non è colpa loro, non tutti sanno che è possibile esprimere il proprio pensiero andando oltre le 4 parole tanto care alla tribù degli stronzi. Le ali estremiste sono ovunque, www compreso. Un po’ come i barboni che incontri in stazione: tutti sanno che sono lì, ti fanno pena ma non puoi cambiare la loro vita.

C’è un quesito che mi perplime:  perché questa divisione tra mondo reale e mondo virtuale? Leggo e sento gente fare distinzione: “La vita vera, qui è finto…”.  Ormai siamo tutti connessiH24 e le due cose si mischiano, puoi fingere d’indossare una maschera online, ma quanti ne abbiamo conosciuti che lo fanno nella vita reale?

Il popolo del web è il popolo.

photo credit: Stuck in Customs via photopin cc

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